Vite metropolitane

rappresenta la sintesi di scelte che vengono da molto lontano.
La prima scelta è stata quella di far fotografie con un certo impegno. Un impegno che è nato molto presto e che ho cercato di portare avanti, anche se con grandi difficoltà, quando mi fu rubata l'attrezzatura, e che ora ho ripreso.
La seconda scelta è stata di fotografare architetture e persone. Anche questo interesse è nato molto presto, anche se a volte le persone erano avulse dal contesto architettonico o le architetture erano isolate. Chiaro che in certe fotografie d'epoca (mi riferisco agli anni '60'70) una certa ricerca di genere, un po' oleografica, mi aveva portato a fare fotografie di persone nell'ambiente, cercando di creare dei bozzetti in qualche modo significativi. Si trattava per lo più di ambienti antichi, per questo caratteristici. Ho lavorato in questo modo per molto tempo fino a quando a Parigi, dove mi trovavo per lavoro, passeggiando una domenica d'inverno alla Défense, mi son reso conto che anche l'architettura moderna (che m'interessa molto, ma della quale capisco molto poco) si poteva prestare a riferimento per delle attività umane. Da quel giorno ho cercato di studiare come le persone s'inserivano nelle attuali metropoli e come potevano dialogare con l'architettura contemporanea.
La terza scelta è stata di fotografare in viaggio. Anche questa è una scelta lontana, legata alle vacanze d'un tempo, che si è rinnovata dal momento in cui ho cominciato a viaggiare per lavoro, in particolare in Sud America. Alle domande che ricevevo al mio ritorno: «com'è il Sud America? Cos'hai visto? Che ne pensi?» ho deciso di rispondere con delle immagini, un po' una via di mezzo fra mostrare i luoghi più significativi ed il tentativo di vitalizzarli con qualche presenza umana che li renda più vissuti.
La quarta scelta è stata quella dei maestri. I miei riferimenti sono stati certamente Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau, che in passato ho cercato d'imitare in quella ricerca di temi e nell'uso del bianco e nero.
La quinta scelta riguarda il colore. Mi piaceva, era magico, mi son reso conto di saperlo usare, e, usandolo per lavoro, ho imparato a migliorarlo.
La sesta scelta riguarda la tecnica. Un giorno mi son detto: «Cartier-Bresson scelse una Leica quando i fotografi lavoravano con le lastre o le pellicole piane. Uno strumento piccolo, leggero, e superefficiente. Cosa potrei usare oggi d'equivalente?» Forse avrei potuto ricomprarmi l'attrezzatura professionale d'un tempo. Ma sarebbe stato l'equivalente? E poi, avrei potuto viaggiare con una pesante valigia piena di macchine ed obiettivi? Ed ho scelto gli apparecchi cosiddetti prosumer. Sono le migliori fotocamere digitali non reflex, dotate d'un buon obiettivo zoom e di sofisticate possibilità di regolazioni, ma che mi son deciso ad usare il meno possibile, per potermi concentrare sull'immagine, piuttosto che sugli aspetti tecnici. Ho quindi rimandato gli eventuali miglioramenti delle immagini alla successiva elaborazione al calcolatore, cercando però di intervenire il meno possibile, per lasciare ad esse il massimo della loro autenticità. Solo per l'inquadratura ho cercato, nei limiti del possibile, di rispettare il rapporto aureo piuttosto che il 3x4, tipico della fotografia digitale, ma troppo tozzo per i miei gusti. In pratica, dal punto di vista tecnico, si tratta di fotografie che forse chiunque è in grado ormai di fare.
Mi auguro che questa sintesi possa comunicare come sono i luoghi che ho visitato e come ci si vive e possa stimolare qualcuno a fare altrettanto.

Sergio Camiz