Vite metropolitane

I Camiz sono una generazione di matematici, fisici, musicisti e fotografi!
Sergio continua sulla via, segnata da suo nonno e seguita da suo padre, dagli zii e dai fratelli.
Valle Giulia, per lui che qui insegna, è un passaggio obbligato e d’ora in poi lo penseremo come un viaggiatore di fronte a paesaggi e città con la propria fotocamera.
“Vite metropolitane” è una raccolta minima, fra le migliaia di immagini, che racconta l’immagine della metropoli contemporanea, ma anche ciò che metropolitano lo sarà di qui a breve, o che forse, per logiche misteriose, non lo sarà mai.
Le persone, le vite, sono fissate sul fotogramma, colte nel caso, lontane e vicine, consapevoli o no: definiscono l’ambiente di una città per lo più uguale ovunque, dove il risalto alle architetture eccellenti è dato nella scena rimanente.
Non sono “immagini d’autore”: se cerchiamo in esse un filo concettuale o modaiolo. Sono frutto delle situazioni, del qui e ora, e rispondono ad un desiderio preciso di raccontare della sua vita (del viaggio) attraverso quella degli altri.
È geneticamente necessario il rivedersi allo specchio, “tu sei me e io sono te”.
Vite sorridenti, ritagliate e applicate sull’immagine, come se questo vedere di Sergio Camiz fosse segno di una speranza, della proiezione di un mondo, alla fin fine più buono perché dotato di fascino.
Città e palazzi a perdita d’occhio oppure così vicini, che lo spazio è misurato dal respiro dei suoi abitanti.
Colori, rumore di fondo. Un piccolo lago, invece, ci dà il silenzio e la calma.
Non c’è una meticolosa geometria nel fotogramma: si ha più la sensazione di pesi sui due piatti di una bilancia il cui ago tende al centro ma c’è sempre un delta per cui non lo raggiunge mai.
Eppure un centro c’è, obliquo, inclinato, disassato, promiscuo, vuoto, confuso ma pur sempre un centro. E’ un salto in una geometria euclidea fatta con le masse invece che con i millimetri.
Non c’è una ricerca ossessiva della luce, del momento dello scatto nella necessità di creare risalti e sfondamenti, nessuna geometria gradua le presenze perché nessuna delle presenze, nessuno degli elementi dell’immagine può essere trascurato, non ci sono comparse inutili e nulla che meriti uno spot acceso in quei luoghi.
Non sappiamo quali essi siano, riconosciamo il Beaubourg, potremmo riconoscere altre architetture andandole a cercare sui libri, ma di altro non sappiamo nulla, eppure formano metropoli.
Non c’è differenza tra un ponte di Calatrava o un edificio incompleto poggiato su un letto di ombrelloni gialli che fanno subito pensare al Christo di Central Park.
Anche la Grande Arche è lontana e non piega l’ago della bilancia.
Tutto, tutti si poggiano sul fotogramma con levità per poi continuare la propria vita dalla quale, come un velo di cipolla, è stato tolto un fotogramma.

Silvia Massotti
Curatrice della mostra